Reggio Ebraica

L'itinerario si svolge principalmente tra le vie del centro storico e ripercorre i luoghi e le vicissitudini dei dieci ebrei reggiani deportati ad Auschwitz.

 

Itinerario: In centro storico
Durata: 48 minuti
Difficoltà: facile
Lunghezza: 3,8 km circa

Fonti: Istoreco. Storia e Memoria in città. REGGIO EMILIA 1943 - 1945

La storia

Presenze ebraiche sono accertate in città a partire dall'inizio del XIV secolo. Gli ebrei giunsero in ondate successive, proveniente sia dall'Italia sia, in seguito alle gravi persecuzioni della fine del XV secolo, dalla Penisola iberica. La comunità reggiana fu a lungo un importante centro culturale (stamperie, ecc.) e fu fucina di personalità come Israel Bassani, Anania Coen e di figure importanti come il barone Ulderico Levi e Aronne Rabbeno.

Nel 1669 la duchessa estense Laura Martinozzi costrinse gli ebrei reggiani a radunarsi nel Ghetto, ubicato tra le vie attualmente denominate San Rocco, Caggiati, della Volta, dell'Aquila, Monzermone e Gennari. La comunità, nonostante le frequenti persecuzioni della Chiesa Cattolica e le vessazioni del potere politico, poté godere di una relativa autonomia: aveva un proprio governo, il tribunale rabbinico, l'ospedale, la foresteria le scuole e il centro di assistenza. Il Ghetto fu liberato una prima volta dalle truppe napoleoniche e poi, definitivamente, con l'Unità d'Italia. Con l'emancipazione e l'assimilazione, il numero degli ebrei reggiani si era via via ridotto. Al momento delle leggi razziali, emanate dal fascismo nel 1938, rimanevano 65 ebrei a Reggio e circa un centinaio in tutta la provincia. Con l'occupazione nazista e la Repubblica di Salò, la macchina dello sterminio funzionò anche nel cuore di Reggio: nove gli ebrei reggiani catturati e uccisi ad Auschwitz nel 1944: Oreste Sinigallia, Benedetto Melli, Lina Jacchia, Olga, Bice e Ada Corinaldi, Beatrice Ravà, Ilma Rietti, Iole Rietti. A questi vanno aggiunti Lucia Filzi, di Correggio, e diversi ebrei stranieri residenti in provincia (fra questi ultimi anche bambini di 3, 11, e 13 anni). Molti ebrei riuscirono a fuggire, trovando rifugio in città e in provincia (specie in montagna). Dopo la guerra, la comunità reggiana si è unita a quella di Modena.

Cimitero

Partenza: Cimitero ebraico della Canalina

Fino alla fine dell'800, la comunità ebraica ebbe una propria Santa Confraternita, dedicata alle pratiche funebri secondo la tradizione ebraica. Prima dell'editto napoleonico di Saint-Cloud, cinque erano i più importanti cimiteri ebraici in città: ricordiamo solo quello in via dell'Orto (attuale via San Rocco, all'altezza del Civico 14). Il cimitero ebraico suburbano di San Pellegrino, all'inizio di via della Canalina, fu inaugurato nel 1808. É suddiviso in due distinti comparti, essendo stato ampliato a metà dell'800. Il cimitero, non visitabile ma aperto al pubblico in alcune ricorrenze, è un luogo in cui è possibile ritrovare nitide tracce della tradizione e della  cultura ebraica. Nel settore antico del cimitero, ad esempio, le lapidi rispettano la tradizione di non mostrare la lapide del defunto, mentre nel settore orientale, ottocentesco, questa tradizione viene largamente superata. Da qui, passando per il ponte ciclopedonale di San Claudio, si raggiunge via Cecati. Proprio di fronte alle mura esterne del cimitero monumentale, all'angolo fra via Cecati e via Pariati, il piazzale recentemente dedicato ai deportati. L'intitolazione è significativa nella sua estensione; si vuole, infatti, ricordare ogni forma di deportazione razziale, politica, militare, sessuale compiuta, nel corso del '900, a memoria del progetto criminale nazista e fascista di dominazione dell'Europa.

 

 

 

Villa Levi

1° sosta. Villa Corinaldi, viale Monte Grappa 18

Giunti su viale dei Mille (circonvallazione), si volta a destra e si prosegue fino a Porta Castello (Piazzale Diaz) e da lì a sinistra per Viale Monte Grappa (la prima a dx di via Ludovico Ariosto). Al civico 18 vissero fino alla cattura, da parte di uomini della polizia italiana e della Feldegendarmerie, Ada, Bice e Olga Corinaldi, tre sorelle nubili, figlie di un negoziante del centro che aveva già perso il suo palazzo in seguito alle leggi razziali. Le sorelle furono prelevate dalla loro villa il 4 dicembre 1943 e condotte nelle carceri giudiziarie di San Tommaso (vedi sosta successiva). Dopo un "soggiorno" nella villa Levi di Coviolo (in foto), alla periferia di Reggio, giunsero, insieme ad altri ebrei catturati, a Fossoli il 18 febbraio ed arrivarono ad Auschwitz 4 giorni dopo. Le sorelle Corinaldi morirono nel Lager quello stesso mese.

 

 

 

 

 

Carcere San Tommaso

2° sosta. Carcere di San Tommaso, via delle Carceri 2

Si prosegue imboccando via San Girolamo, quasi di fronte a noi, la si percorre tutta, si attraversa la via Emilia, si risale via Campo Samarotto, si prende a sx per via Dante Alighieri e poi ancora a sx per via Roma. In angolo casa Caselli (sec XVI) e di fronte la chiesa di San Giacomo. Si raggiungono così Piazza Scapinelli (sulla sx) e via delle Carceri. Oggi, l'ex carcere è sede decentrata dell'Archivio di Stato, anticamente convento del Corpus Domini, la cui origine risale al XV secolo. La progettazione del convento è stata attribuita ad Antonio Casotti. Sul registro di ingresso della prigione sono stati descritti (anzitutto fisicamente) gli ebrei catturati nel dicembre 1943. Possiamo così conoscere l'altezza delle sorelle Corinaldi (145 cm) e di Beatrice  Ravà (140 cm). Donne ormai anziane, minute, eppure tanto "pericolose".

 

 

 

 

 

Sinagoga

3° sosta. Ghetto ebraico

Ritornati su via San Domenico, si attraversa Via Roma e si prosegue dritto su via Sessi. Sulla sx si erge la Chiesa di San Nicolò all'angolo dell'omonima via e, poco oltre, l'ex Palazzo delle Poste ora Palazzo Busetti. Si prosegue per via San Rocco dove, prima dell'apertura del Ghetto, era collocata una delle porte di accesso alla città.
3.1 Via Monzermone. Al civico 6, il 4 dicembre vennero catturate Beatrice Ravà e le sue due figlie. Le tre donne furono uccise ad Auschwitz il 28 febbraio del 1944. Al civico 8 viveva Oreste Sinigallia, milanese di professione mobiliere, arrestato nel novembre 1943. Dall'arrivo ad Auschwitz, non se ne saprà più nulla. All'angolo fra via Monzermone e via San Rocco, dove oggi sorge l'omonimo isolato, era anticamente collocato l'ospedale israelitico.
3.2 Via dell'Aquila. La via parallela è via dell'Aquila, dove al civico 3/a si trova la Sinagoga maggiore. Costruita poco dopo l'apertura del Ghetto, fu restaurata alla metà dell'800, su direzione dell'architetto Marchelli, che progettò l'elevazione della grande cupola a crociera. Durante l'ultimo conflitto, il tempio venne gravemente danneggiato dal bombardamento del 1 agosto 1944. Nel dopoguerra, perse la sua funzione religiosa, venendo utilizzato anche come tipografia e deposito biciclette. A fianco della Sinagoga, si trovavano anticamente anche il ricovero per i forestieri ed indigenti, il forno e, all'angolo con la via Emilia, la scuola di rito spagnolo. Sempre in via dell'Aquila abitava Alessandro Cantoni che, nel 1943, riuscì a sottrarsi alla cattura.
3.3 In via della Volta c'era l'osteria del Ghetto (civico 2/a).

 

via San Pietro Martire, 14

4° sosta. Via San Pietro Martire  14

Lasciamo il Ghetto percorrendo via Caggiati verso via Emilia Santo Stefano, giriamo a sinistra e imbocchiamo la prima via a dx, via San Paolo. Dopo averla attraversata prendiamo a sx via Berta e proseguiamo per via San Pietro Martire. Proprio davanti all'incrocio, al civico 14, aveva sede l'Amministrazione dei beni sequestrati alla popolazione di razza ebraica. La Repubblica Sociale, fin dall'autunno del 1943, decise il sequestro e poi, a partire dalla primavera del 1944, la confisca dei beni posseduti agli ebrei. Vennero in breve tempo poste sotto sequestro tutte le imprese (soprattutto commerciali) possedute da ebrei, ma anche tutti i beni immobili (fabbricati e fondi rurali) nonché le opere d'arte. Ai coniugi Benedetto Melli e Lina Jacchia, deportati ad Auschwitz, furono requisiti un negozio di biancheria in via Emilia San Pietro e un fabbricato di tre piani.

 

 

 

 

 

via Del Portone, 14

Arrivo. Casa Dorina Storchi, via del Portone 14

Concludiamo l'itinerario con un luogo di ospitalità e resistenza. Proseguendo per via San Pietro Martire e attraversando corso Garibaldi, imbocchiamo a sx via del Portone. Il civico 14 era la casa di Dorina Storchi, partigiana combattente. Dopo l'8 settembre 1943, a casa di Dorina arrivarono molti reduci dai campi di concentramento e sbandati dell'esercito italiano. Fra gli altri anche una coppia di ebrei.

 

 

 

 

 

 

 

Approfondimenti

Pietre d'Inciampo: Un omaggio permanente ai dieci ebrei reggiani morti ad Auschwitz
La Sinagoga e il Ghetto ebraico