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Museo di Storia della Psichiatria

Dopo le operazioni di restauro dell’immobile, concluse nel 2011, cittadini e studiosi possono ora visionare strumenti, documenti e materiali che hanno fatto la storia della psichiatria in Italia, conservati presso il San Lazzaro, suddivisi in due distinte sezioni.

Indirizzo e contatti

Via Amendola, 2 - 42122 Reggio Emilia
Padiglione Lombroso - Area pedonale Campus San Lazzaro
Telefono: 0522.456477 (per informazioni)
musei@municipio.re.it
Museo di Storia della Psichiatria

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Orari

Da sabato 21 settembre 2019 Giugno 2020: sabato 16-17,30.
Dal Giugno a Settembre 2020: CHIUSURA ESTIVA

Tariffe

Ingresso e visita guidata gratuite e senza obbligo di prenotazione negli orari di apertura. La visita è a pagamento per scolaresche/gruppi, nei giorni infrasettimanali su prenotazione.

Per prenotazioni è necessario contattare preventivamente:
Dr.ssa Chiara Bombardieri
Responsabile Biblioteca C. Livi e archivio S. Lazzaro - Conservatore Museo di storia della psichiatria Azienda USL di Reggio Emilia
Tel. 0522-335280
chiara.bombardieri@ausl.re.it

Come arrivare

In auto: Uscita casello autostradale A1, seguire le indicazioni per SS9 Via Emilia, direzione Modena. Si consigliano i parcheggi di via Doberdò (accesso dal cancello pedonale B) o l'accesso pedonale dalla via Emilia. 

Con i mezzi pubblici: dalla Stazione FS prendere l'autobus n. 2 (direzione Rubiera/via Curie), scendere alla fermata Villa Marchi. (prima del semaforo). Con il Minibus E scendere al Parcheggio Scambiatore Funakoshi e attraversare il complesso del San Lazzaro (circa 10 minuti a piedi).


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Notizie storiche

Storia e restauro: L’edificio del “Lombroso”, di per sé un documento esemplare della storia della psichiatria, fu concepito inizialmente (1891) come reparto per malati cronici tranquilli e intitolato al primo direttore del San Lazzaro, Antonio Galloni. Nel 1911 fu poi trasformato nella Sezione Lombroso, appositamente progettata per ospitare “pazzi criminali dimessi” e “detenuti alienati”; quindi, a partire dal 1972, venne gradualmente abbandonato.

Nelle celle al piano terra sono esposti strumenti scientifici, di contenzione e di terapia, che testimoniano l’applicazione quotidiana delle teorie che per lungo tempo considerarono i pazienti come “malati pericolosi per la comunità”. Tra i numerosi pezzi in mostra nelle sale al piano terra, si possono trovare camicie di forza, macchine per l’elettroshock, i famigerati “caschi del silenzio” e un apparecchio per il cosiddetto “bagno di luce”, che nelle intenzioni degli ideatori avrebbe dovuto produrre sui pazienti un effetto analgesico.
Nei tre ampi saloni che precedono le celle, è invece illustrata la storia del San Lazzaro e degli strettissimi intrecci con la storia della psichiatria, della quale l’istituto reggiano fu per molti anni uno dei più significativi presidi in Italia.

Le operazioni di restauro, supervisionate dalla Sovrintendenza ai Beni architettonici e ambientali, pur nel rispetto della conformazione originaria dei suoi spazi, materiali e cromatismi, hanno saputo rievocare la particolare atmosfera del luogo, lasciando trasparire i segni lasciati dall’uomo e dal tempo col loro carico di suggestioni e di vissuto. Particolare attenzione è stata riservata alla conservazione dei graffiti, eseguiti dai pazienti anche all’interno delle celle, realizzati nei modi più diversi, addirittura con le suole delle scarpe. Il restauro può definirsi dunque opera di “archeologia della contemporaneità”, che ha visto progettisti, restauratori e operai impegnati, con grande meticolosità, nel restauro dei suoi spazi. L’edificio si pone infatti come museo di se stesso, contenitore ma anche contenuto eloquente di una storia, di cui i muri sono esplicita testimonianza.